lunedì 13 agosto 2012

iN



Zot non era felice, ma neanche infelice, probabilmente era molto annoiato; per quanto ogni mattina, svegliandosi, scoprisse di essere ancora vivo, non sapeva davvero che farsene del resto della giornata. Non aveva amici né una famiglia, non aveva una fidanzata nè un altro lavoro [o almeno così gli sembrava di ricordare]; non vedeva nessuno, eppure ci vedeva bene. Non ricordava se ci fossero altre stanze in casa; c’era una porta, ma non sapeva di preciso dove portasse, e c’era una finestra, ma per sicurezza non aveva mai guardato fuori. 

 

 

Se aveva fame mangiava i cereali direttamente dalla scatola, quando aveva sonno abbassava la testa e dormiva sul divano. Aveva addirittura provato a masturbarsi per il suo compleanno, ma non era riuscito a trovare i fazzolettini ed aveva desistito quasi subito. Talvolta, per ammazzare il tempo, guardava la propria ombra allungarsi sulle pareti e immaginava che fosse di un’altra persona. Purtroppo, essendo molto timido, finiva sempre per ignorarla. E visto che questo sforzo immaginativo lo stremava, impiegava il resto del tempo seduto a guardare una televisione non sintonizzata, facendo zapping tra centinaia di canali indecifrabili. Non stava bene, ma in fondo non stava poi così male. Decise comunque, un giorno, di morire.


Prese le forbici, di solito gli servivano per aprire la busta dei cereali. Esitò. Voleva scrivere un biglietto d’addio; sfortunatamente non riuscì a trovare carta e penna, e stava quasi per abbandonare l’intento di uccidersi quando gli venne un’idea: si avvicinò alla tv e la spense. Sarebbe stato via a lungo, meglio non consumare corrente. Con le forbici puntate sul petto e la stessa espressione di sempre, quasi come gliel’avessero incisa addosso, si trafisse, e poi tagliò. Cadde in ginocchio, e poi riverso su un fianco. La scena era bella e la sensazione non poi così spiacevole, peccato non avesse funzionato. Si mise in piedi ed estrasse le forbici.

Zot guardò stupito: da suo petto sgorgava un fiume di incontenibile meraviglia che si riversava ai suoi piedi allagando tutta la stanza. Forme impossibili, colori improbabili, relazioni instabili, domande imbarazzanti, risposte imprevedibili, parole inesatte, dimensioni incredibili, finali alternativi, tutto questo usciva dallo squarcio che si era aperto addosso, mentre lui osservava per la prima volta ciò che aveva dentro. Il fluido coprì il pavimento e iniziò a salire, cresceva tumultuoso, ricoprendo le pareti e i pochi oggetti presenti, inglobandoli, facendoli brillare. Il livello di meraviglia ricopriva Zot fino al petto, sembrava un magma tiepido e frizzante che lo abbracciava denso; decise che non poteva cercare di morire due volte lo stesso giorno, e se non voleva annegare nelle sue stupefacenti interiora avrebbe dovuto trovare presto un’uscita. I movimenti si facevano difficoltosi, la porta e la finestra sembravano ancora più distanti di come gli erano sempre apparsi, e guardandosi in giro sembrò che l’unico luogo dove potesse salvarsi era proprio il suo petto. Prese fiato e si immerse dentro se stesso.

Aprì gli occhi ed era nel tuo finale.


EPILOGO 

 

Nel frattempo, dentro la stanza, Zot stava seduto davanti alla televisone accesa. Non aveva il capo reclinato e non stava dormendo, non si mosse per prendere i cereali, non guardò la sua ombra, non provò a masturbarsi. Non si mosse neppure quando la televisione, per un attimo, si sintonizzò sulla messa cantata. La ferita sul petto si era rimarginata, e forse per questo Zot aveva sul viso un placido quanto assente sorriso.